Prologo – La sospensione
— Mattino... ora... un giorno in più di ieri... ieri? Che cos'era, ormai, ieri? Non ricordo... —
Parole ripetute nel vuoto della mente. Frammenti che il cervello cercava disperatamente di elaborare, ma che avevano smarrito ogni significato per Lui: un Dio, un essere immortale sospeso nel nulla dimensionale.
— Nulla da palpare, nulla da udire... —
Lo sforzo stesso di formulare un pensiero lo rendeva ancor più debole.
— A cosa serve ricordare ciò che è stato, se non vi è anima a cui poterlo narrare? —
Da epoche immemorabili i suoi servi lo avevano abbandonato in quel limbo. Lui non rammentava neppure il perché. Eppure i ricordi, e quegli sforzi continui per riafferrarli, erano l'unica ancora rimasta per aggrapparsi alla vita.
Il corpo, freddo e immobile da troppo tempo, non accennava a ribellarsi; la mente, invece, restava viva, ardente. Intorno a lui solo il buio, quel vuoto assoluto che lo stringeva come l'abbraccio caldo di una concubina, un'amante focosa e insaziabile che non pretendeva da lui nient'altro che la sua energia vitale e il suo potere divino. Ma Lui non voleva cedere... Non ancora.
Un attimo. Bastò un solo attimo e alcuni ricordi riaffiorarono.
La Sospensione...
Così i suoi scienziati avevano battezzato quel nulla. Una soglia spalancata su un'altra dimensione. Un varco che gli avrebbe permesso di viaggiare e dominare in altri luoghi e in altri tempi. Ma quella porta non avrebbe mai dovuto chiudersi, altrimenti il cammino sarebbe rimasto senza uscita, un viaggio senza ritorno.
— Tutto è fatuo, ogni cognizione logica si dissolve al suo interno, mio signore. Non si riesce neppure a provare terrore, solo rassegnazione. Non vi è nulla da percepire, nessun suono, nessuna luce. Eppure, da lì si scorgono altri universi, altre galassie e mondi pronti a essere sottomessi. Tutti pronti a riceverla nel migliore dei modi — gli aveva assicurato lo scienziato che per primo l'aveva sperimentata.
— Pomeriggio... Servo! Recami i pasticcini di cront... Ne bramo la fragranza. La farina ricavata dai loro cervelli è inebriante. Tu non puoi comprenderlo, creatura inferiore. La loro dolcezza non ha eguali nell'universo. —
Com'era remoto quel giorno...
Quel maledetto giorno in cui lo rinchiusero, cogliendolo di sorpresa, del tutto impreparato.
— Per garantirvi una protezione assoluta, nostro sovrano. Lì dentro non vi troveranno mai, nessuno oserebbe mai calarsi in quel vuoto per cercarvi. Potrete completare la vostra metamorfosi per viaggiare negli altri universi senza temere alcunché. Le guardie presidieranno costantemente i pressi della soglia. Se lo riterrete opportuno, potrete evocarle. Ma vi assicuriamo che non si renderà necessario. Nessuno oserebbe mai sfidare il Dio supremo. —
Così gli avevano detto.
Quando la metamorfosi giunse a compimento, aprì gli occhi e non vide che il vuoto.
In quel momento comprese: era in trappola, una trappola eterna.
Le sue urla imperversarono per tutto l'universo, un monito terrificante per ogni essere vivente. Quelle creature inferiori avevano osato ribellarsi a Lui. Non avrebbe avuto pietà. Iniziò a scagliare la propria onnipotenza in ogni direzione, ma ogni colpo diventava sbiadito, impalpabile.
Sarebbe tornato per esigere vendetta da coloro che lo avevano tradito, e fiumi di sangue avrebbero consacrato quel giorno.
Nel silenzio del limbo gli parve di udire urla soffuse, forse i lamenti dei suoi servi mentre tentavano di trattenere le sue guardie. Non comprendeva perché quegli sciocchi affermassero che non vi fosse più nulla da fare, né perché bloccassero, senza alcuna clemenza, coloro che cercavano di trarlo in salvo.
Forse era stato troppo magnanimo con loro e con le loro misere esistenze. Lui, Emsal, figlio di Jkrong il malefico, colui che aveva restaurato il regno del terrore nella galassia conosciuta. Ora ricordava nitidamente il giorno in cui aveva schiacciato le forze del bene, quando con la lingua aveva assaporato il sangue degli angeli che colava dalla sua lama, gli ultimi ad aver osato resistere alla sua avanzata. Ricordava gli occhi dell’IMMORTALE che lo fissavano, mentre lo costringevano a inginocchiarsi al suo cospetto.
— Padre, ti ho restituito il trono che ti era stato sottratto. Neppure l’IMMORTALE è riuscito ad arrestare la nostra ascesa questa volta! —
Levando il pugno al cielo, aveva sentito l'energia scorrergli impetuosa nelle vene. Suo padre era stato vendicato, ma restava ancora da punire il genere creato: milioni di esseri senzienti, dono del dio del bene all'universo.
— A quale immagine e somiglianza saresti stato plasmato, vecchio? Sono stati sconfitti e ora giacciono prostrati ai miei piedi, esattamente come te. Guarda le tue opere: esseri deboli, pavidi, traditori. Rammenta le mie parole: è proprio grazie alla loro viltà che ho trionfato. Ti hanno abbandonato... Abbandonato al tuo destino. —
Rivedeva se stesso mentre si avvicinava all’antico dio, esibendo le teste recise dei suoi tre figli.
— Chi si ergerà ora in tua difesa? Le tue legioni giacciono infrante. Ascolta il lamento della tua stessa stirpe: sono immortali, sì, e per questo il loro patire non avrà fine. Custodirò i loro volti affinché il loro eterno gemito sia melodia per il mio regno. —
Le sue parole avevano fatto tremare le fondamenta stesse del palazzo dell’Immortale. Ma il vecchio si erse, avvolto da una luce abbacinante che non mostrava cedimenti.
— Questo è ciò che la tua mente distorta concepisce, figliolo? — rispose la divinità con voce ferma. — Il tuo tempo non è ancora giunto. Combatterai ancora per il tuo dominio, ma contro un avversario di cui ignori persino il nome. E la tua caduta non sarà facile da evitare. —
Emsal lo fissò, un sorriso gelido a increspargli le labbra.
— Ti riferisci alle tue fragili creature? Povero cieco, non sono che polvere e servitori. Sì, antico padre, molti di loro si inchineranno a me, poiché mio padre ha instillato il seme della discordia e del male nelle loro anime. Non ho timore delle tue opere. Il mio unico rimpianto è non poter recidere la tua vita immortale, ma farò del tuo esilio un supplizio senza fine. —
Voltò lo sguardo verso i suoi gerarchi, sollevando una mano d'ebano.
— Conducetelo via, che la sua luce non contamini più il mio sguardo. Mozzategli le mani, affinché non possa mai più plasmare la materia. Disperdete le sue dita negli angoli più remoti del cosmo, affinché non tornino mai a unirsi. Addio, vecchio. Attenderò il tuo millantato sfidante, se mai il destino lo genererà. Fino ad allora, ascolta l'eco dell'universo che brucia, sapendo che non potrai fare nulla per impedirlo. —
Il terrore.
Da quel momento trascorsero secoli di oscurità per la galassia, fino al giorno fatidico in cui lo segregarono in quella stanza. Nonostante il pianto dei suoi fedeli, nessuno fu in grado di spezzare la sua condanna.
Poi, quella sensazione di sprofondare lentamente in un abisso senza fine, mentre la soglia della stanza si faceva via via più distante, fino a svanire nell'oscurità. Aveva fissato a lungo l'ultimo barlume di luce esterna, mentre il buio tesseva la propria ragnatela intorno a lui.
— Occhi... lacrime... gocce salate che scendono, scendono fino... fino a... a... — Inutile! Non vi riusciva. Avrebbe barattato qualunque cosa, persino il suo impero, pur di sentire di nuovo una singola lacrima rigargli il volto.
Mente... cervello... cranio... una testa provvista di occhi, bocca, pelle, naso. Probabilmente erano ancora al loro posto, ma non ne avvertiva la presenza. O forse, di lui era rimasta soltanto la mente a fluttuare in quel limbo, mentre il corpo si era ormai disintegrato da tempo.
— Sole... luce... correre... la brezza sul viso... regnare sul mio popolo... riposare con le mie concubine... — Quante cose perdute.
Nulla. Solo il vuoto.
Sempre e solo quel nulla a cingerlo.
Persino la sua mente sembrava vacillare. Che fosse giunta la sua fine? Come difendersi, come sopravvivere?
Solo. La fine miserevole di un essere glorioso.
Ma quelle che percepiva in quel momento...
Sì, quelle che intercettava erano voci, non poteva ingannarsi. E laggiù... una luce, una vivida sorgente sotto di lui.
Nitida, inequivocabile. Le mani, il viso, il corpo.
Ritrovò in un istante tutte le sensazioni che credeva perdute per sempre, e il fragore del cuore che tornava a pulsare gli parve un evento magico, irreale. Doveva farsi sentire. Doveva far comprendere a chi si trovava oltre la stanza dove egli fosse rimasto sepolto.
— Aiuto! Aiuto! —
Ciò che eruppe dalle sue labbra non fu che un rantolo, poco più di un pianto sommesso.
La luce si faceva via via più imponente, più calda, ma non riusciva a gioirne. Le pareti della stanza si stringevano con foga, inghiottendo il buio in una morsa frenetica. Volevano smembrarlo, impedirgli di sfuggire. Soffocava, si sentiva intorpidito. Doveva lottare per non cedere proprio a un passo dalla fine di quella prigionia.
Poi, senza rendersene pienamente conto, si ritrovò fuori. Sentiva freddo, paura.
La vista era offuscata, incapace di distinguere alcuna forma netta. Eppure, sembrava che quelle creature non si accorgessero della sua presenza, benché si trovasse esattamente davanti ai loro occhi.
Avrebbe voluto mostrare loro gratitudine, sebbene fossero creature minute e ricoperte di pelliccia. Esseri repellenti, a dire il vero. Rammentando i vecchi moniti della sua stirpe e i tradimenti di chi lo aveva confinato, scelse di attendere.
Rimase in ascolto.
Quegli esseri discorrevano della loro dimensione e di una bizzarra stirpe di umanoidi estinta molte ere prima. Discutevano degli ostacoli incontrati nel tentativo di scardinare un portale. Il peloso che stringeva quella singolare asta pareva un comandante, ma non una divinità.
Bene. Aveva individuato a chi rivolgersi non appena le forze lo avessero assistito appieno. La nebbia davanti ai suoi occhi iniziò a diradarsi; era prioritario trovare un rifugio per la notte imminente.
In quel momento, avvertì un flusso risalire fino alla mente, e non provò timore. Era energia. Energia vitale che reclamava il proprio spazio nel suo corpo. Il suo potere antico tornò a gorgogliare, pronto per essere scagliato.
Sì, forse quelle creature avevano di nuovo bisogno di un Dio da venerare. E per molti, nell'universo, era giunta l'ora della sua vendetta...
Charles Oschov - 1987